Embamma

Pendant que j'ai composé ce récit en partie imaginaire, j'ai été frappé par quelques coïncidences et comme elles me paraissaient accuser indirectement le sens de ce que j'ai écrit, je tiens à les exposer.

Georges Bataille

Dintorni di Nozick

11.01Nozick usa una definizione moralizzata di libertà che si presta a numerose critiche.

One criticism is a charge of circularity: Nozick intends to show that considerations of freedom support arguments for private property rights, but that argument cannot be based on neutrally defined liberty, for on neutrally defined liberty, some people's freedom is curtailed by others' legitimate exercise of their property rights. By adopting, instead, a rights-definition of freedom, Nozick already assumes in the very definition of freedom what his argument is supposed to show, namely, that a concern with protecting people's freedom requires that their private property rights be respected. [Circolarità - Adottando una definizione di libertà dei diritti, Nozick assume che la libertà delle persone richiede che i loro diritti di proprietà privata siano rispettati, il che è ciò che deve essere dimostrato.]

These dificulties are often illustrated by focusing on the Wilt Chamberlain argument, where Nozick aims to establish that liberty upsets patterns. Nozick invites us to imagine that we start with whatever patterned or end-state distribution we favour, whether in accordance with desert or needs, or an equal one, and then supposes that people freely choose to pay Wilt Chamberlain to watch him play basketball. The resulting inequality is the result of people's exercise of their liberty; the latter is what would have to be sacrificed to restore the patterned distribution (so as to ensure that everyone has what they deserve, what they need, or an equal share). [L'argomento Wilt Chamberlain presuppone la libertà di rinunciare alla proprietà, il ché è contraddittorio, se la libertà è anche proprietà. A quale proprietà si può rinunciare?]

But what definition of liberty is Nozick appeal ing to here? If the liberty at issue is rights-defined freedom, then the Wilt Chamberlain argument presupposes exactly the rights it is supposed to justifr. For if individuals have encumbered, rather than full, ownership rights over the resources they command, they may well not be permitted to transfer those resources at Will in the first place. If, instead, the Wilt Chamberlain example relies on a neutral definition of freedom, this is inconsistent with Nozick's use of a rights-definition of freedom. Moreover, the Wilt Chamberlain argument would fail, as the pattern-disrupting distribution would not necessarily ensue. [L'argomentazione contraria così esposta non è convincente]


Sul paradosso del minatore cfr. anche Del Bò.

Nel prossimo paragrafo mostrerò che sono questioni di volontarietà (e non di libertà) a entrare in gioco in Nozick quando egli parla di giustizia nei trasferimenti. Nel secondo paragrafo presenterò la concezione di volontarietà impiegata da Nozick e cercherò di ricostruire al meglio il suo argomento in base al quale sarebbe comunque volontaria la scelta di una persona che — per non morire di fame — accettasse un lavoro da operaio. Nel terzo paragrafo metterò in luce le difficoltà di questo argomento alla luce della scarsa plausibilità della concezione di volontarietà impiegata da Nozick e suggerirò di adottare in alternativa la concezione di volontarietà proposta da Serena Olsaretti. E a partire da questa concezione (emendata nel senso che chiarirò) che nel quarto paragrafo cercherò di offrire una risposta alla questione più generale della volontarietà degli scambi, nonché al problema più specifico della volontarietà della scelta di accettare un lavoro da operaio per non morire di fame.


Nozick. Importanti. Da vedere.




Più carcerati - meno disoccupati

10.01Relazione tra carcerazione e tasso di disoccupazione.

Partendo da queste trasformazioni [aumento del tasso di incarcerazione negli Stati Uniti], Bruce Western e Katherine Beckett hanno riproposto recentemente l'ipotesi di una relazione di funzionalità fra politiche penali e mercato del lavoro negli Stati Uniti (Western, Beckett, 1999). Riprendendo l'ipotesi dell"'utilità" delle pene, essi suggeriscono come l'aumento drammatico dei tassi di incarcerazione degli ultimi anni abbia avuto un serio impatto sui tassi di disoccupazione. Il carattere relativamente contenuto dei tassi di disoccupazione statunitensi negli anni '80 e '90 non sarebbe merito delle politiche di flessibilizzazione e liberalizzazione del mercato del lavoro (come sostiene la vulgata neoliberista), quanto invece dell'incremento verticale dell'incarcerazione, che avrebbe occultato una parte della popolazione disoccupata rinchiudendola nelle prigioni americane. D'altra parte, però, l'effetto penalizzante che la carcerazione esercita sulle future possibilità di impiego della forza lavoro è tale che, per poter mantenere i livelli di disoccupazione attuali, gli Stati Uniti dovrebbero intensificare ulteriormente l'internamento di massa avviato nella seconda metà degli anni '70, alimentando così una spirale di cui è difficile vedere la fine.

Analizzando la composizione di classe della popolazione carceraria degli Stati Uniti scopriamo che se le statistiche ufficiali tenessero conto di questa popolazione si determinerebbe un incremento automatico di almeno due punti nei tassi di disoccupazione. Le cifre diventano ancora più significative rispetto alla popolazione afroamericana. In questo caso sarebbe addirittura di sette punti percentuali la variazione che si otterrebbe includendo i carcerati nelle statistiche: l'incarcerazione di massa avrebbe insomma ridotto i tassi di disoccupazione degli afroamericani di circa un terzo.

1983 1990 1997 2005 2005 %
Stati Uniti 2.186.230 738
Inghilterra 45.415 50.106 61.940 76.190 142
Italia 41.413 32.588 49.477 59.649 102
Svezia 4.422 4.895 5.221 7.054 78
Olanda 4.000 6.672 13.618 21.826 134
Russia 869.814 611

Ovviamente anche il personale carcerario andrebbe considerato fra i disoccupati.

L'elemento umano

09.01

Io vengo dallo stato dell'Indiana, precisamente da Gary, una città siderurgica sulle coste meridionali del Lago Michigan. Durante l'infanzia e l'adolescenza, ho visto crescere la disoccupazione di pari passo con le continue crisi dell'economia. Sapevo che quando i miei concittadini vivevano tempi duri, non potevano andare in banca a prelevare i soldi per andare avanti e ho visto discriminazioni razziali. Quando ho cominciato a studiare economia, nessuna delle conclusioni raggiunte dalla teoria neoclassica aveva alcun senso per me. Questo mi ha fornito lo stimolo a cercare delle alternative. Insieme ai miei compagni di corso all'università, mi sono chiesto quale fosse l'assunto cruciale dell'economia (neo)classica responsabile delle «assurde» conclusioni della teoria.

Era ovvio, per esempio, che i mercati erano ben lungi dall'essere perfettamente competitivi. In un mercato perfettamente competitivo, un'azienda che abbassasse anche soltanto di poco i prezzi potrebbe conquistare l'intero mercato. Un paese piccolo non dovrebbe mai fare i conti con la disoccupazione; basterebbe ridurre il tasso di cambio per vendere tutte le merci che produce. Il presupposto della concorrenza perfetta era cruciale, ma avevo l'impressione che, in una grande economia come quella statunitense, il suo impatto principale fosse quello sulla distribuzione del reddito. Coloro che detenevano un potere monopolistico potevano accaparrarsi una quota sostanziosa del reddito nazionale e, come conseguenza del loro esercizio del potere di mercato, il reddito della nazione poteva diminuire. Ma non c'era ragione di credere che un'economia piena di monopoli potesse essere caratterizzata da disoccupazione, discriminazione razziale o restrizioni creditizie.

Il lavoro di ricerca intrapreso quando ero un giovane studente universitario mi indusse a pensare che i presupposti critici fossero due: quello riguardante l'informazione e quello relativo alla natura stessa dell'uomo. L'economia è una scienza sociale che studia come gli individui interagiscono per produrre beni e servizi. Per rispondere alla domanda, bisogna prima descrivere in modo più dettagliato il loro comportamento. Sono «razionali»? La fiducia nella razionalità è profondamente radicata nella dottrina economica. Un po' di introspezione e, ancora di più, l'abitudine di osservare i miei simili mi convinsero che la cosa non aveva senso. Presto mi resi conto che i miei colleghi avevano irrazionalmente sposato il presupposto della razionalità, e scuotere la loro fede non sarebbe stato facile. Scelsi quindi la via pid semplice: presi per buono il presupposto della razionalità, dimostrando però che anche variazioni minime delle informazioni potevano sovvertire del tutto ogni risultato. Si potevano benissimo elaborare sistemi che sembravano molto più in accordo con la realtà comprese nuove teorie in materia di disoccupazione, restrizioni creditizie e discriminazione — ed era facile capire che la struttura finanziaria delle imprese (ovvero se sceglievano di finanziarsi tramite il debito oppure emettendo azioni) contava eccome.


08.01

Il nous semble utile de faire une généalogie de nos représentations normatives concernant le droit de propriété. Soulignons qu’une généalogie n’est pas une téléologie, c’est même le contraire. Lorsque nous étudierons la proposition lockienne, il ne s’agira pas de montrer que Locke a anticipé ou même voulu la société de marché que nous connaissons ni que la société de marché est l’accomplissement du programme lockien, comme certains interprètes – les plus critiques – ont tendance à le défendre. Le contexte lockien, en effet, n’est pas celui de l’économie de marché actuelle. À moins donc d’avoir été visionnaire, il ne peut pas en être question dans ses écrits, même à demi-mots. Il vit dans un siècle de mutations, de révolutions et de profonds changements politiques en Angleterre, il se bat pour l’égalité et la liberté des personnes. Il avait d’autres intentions que celle de défendre les nouveaux rapports de pouvoir que sont les rapports économiques. Mais, de la même manière que Hume souligne, non sans ironie, qu’avec des prémisses Tories, Platon a pu cautionner des conséquences Whig [1], nous pouvons affirmer que Locke a pu, dans son combat pour l’émancipation individuelle, défendre, sans le savoir, une version du droit de propriété, dont les conséquences qu’il n’anticipait pas, seraient en partie contraires à ses intentions émancipatrices, participant ainsi à créer un nouveau levier de domination de l’homme sur l’homme en voulant pourtant l’éviter.


07.01Ancora sulla Banca d'Italia.

Il punto è che, tra i modi di finanziare i deficit del bilancio pubblico, la creazione di moneta è certamente meno impopolare dell'introduzione (o dell'aumento) di imposte e, in certe situazioni, può rivelarsi meno complicata della collocazione di titoli del debito presso gli operatori privati. In particolare, quando il debito pubblico è già elevato e il disavanzo annuale del bilancio pubblico notevole, gli operatori possono ritenere molto rischiosa la sottoscrizione di nuovi titoli del debito, il che ha l'effetto di spingere verso l'alto il tasso di interesse che bisogna corrispondere per collocare tali titoli. La creazione di moneta può rappresentare una via d'uscita «facile»: lo Stato riceve dalla Banca centrale moneta sulla quale non paga interessi e con essa finanzia la sua spesa in disavanzo.

In Italia, per esempio, dal 1975 al 1981, la Banca d'Italia aveva l'obbligo di acquistare tutti i titoli del debito pubblico che fossero rimasti invenduti all'emissione. Per effettuare tali acquisti, la Banca doveva stampare moneta; così tutto il debito pubblico che i soggetti privati non accettavano di assorbire veniva monetizzato, evitando che il tasso di interesse salisse troppo, come sarebbe accaduto in presenza di un eccesso di offerta di titoli pubblici sulla domanda. Prima del 1975 non c'era un obbligo formale di acquisto dei titoli, ma la Banca d'Italia di Guido Carli, di fatto, non rifiutava mai il finanziamento al governo, stampando tutta la moneta necessaria a garantire uno scoperto di conto del governo pari (nel 1981) al 14% della spesa pubblica. Tra il 1973 e il 1980 il tasso di interesse reale era praticamente sempre stato negativo, mentre l'inflazione aveva accelerato dal IO al 210/0, anche sotto la spinta dei due shock petroliferi del 1973-1974 e del 1979-1980 e grazie al propellente della forte indicizzazione salariale5. Quest'ultima faceva crescere le retribuzioni automaticamente, più o meno nella misura in cui i prezzi erano cresciuti nel trimestre precedente e forniva la spinta per ulteriori aumenti dei prezzi. Il tasso di interesse nominale, però, non cresceva come l'inflazione, grazie agli acquisti «obbligati» di titoli da parte della Banca d'Italia. Tra il 1973 e il 1980 il rapporto debito/PIL era salito di quasi venti punti: dal 45% al 620/0, sia perché il deficit pubblico continuava a crescere, sia perché il PIL cresceva meno che nel decennio precedente.

Dopo il 1981, il tasso di inflazione in Italia andò diminuendo abbastanza rapidamente. In effetti, proprio nel 1981 — essendo maturata nei governanti (meglio, in alcuni di loro) la convinzione di dover combattere seriamente l'inflazione — venne celebrato il «divorzio» consensuale tra Tesoro e Banca d'Italia, sotto la spinta di Carlo Azeglio Ciampi (governatore della Banca) e Beniamino Andreatta (ministro del Tesoro). Con il divorzio, la Banca d'Italia riacquistÒ il controllo dell'offerta di moneta, potendo attuare una politica monetaria fortemente restrittiva, con la conseguente sensibile riduzione del tasso di inflazione. Nel 1992 — anno in cui Giulio Andreotti e Guido Carli firmarono il famoso Trattato di Maastricht — il tasso d'inflazione era sceso al 50/0. In compenso, il tasso di interesse nominale, attestato al 13%, aveva portato il tasso reale all'8%: un record nella storia italiana. Cos'era successo? Una politica di bilancio non accordata al rigore della politica monetaria, e anzi gonfiata dalle pulsioni clientelari dei governi dell'epoca, insieme al divorzio, avevano provocato la crescita abnorme del debito pubblico, destinato ad arrivare al 105% del PIL in quel 1992 e al 121% due anni dopo. La politica monetaria restrittiva e la crescente esigenza dello Stato di indebitarsi avevano a loro volta prodotto lo straordinario rialzo del tasso di interesse reale per rendere appetibile ai risparmiatori la crescente offerta di titoli del debito pubblico.

Con il «divorzio» del 1981 — preceduto nel 1979 dall'adesione al Sistema monetario europeo — l'Italia accettò il principio dell'indipendenza della Banca centrale dal potere politico. Gli esiti furono buoni per l'inflazione, ma disastrosi per il debito. Quel principio, invece, era molto chiaramente presente in Germania fin dalla nascita della Bundesbank, nel 1957. I semi di questa indipendenza erano stati gettati ancor prima, nel 1948, durante l'occupazione alleata della Germania occidentale, quando il vecchio Reichsmark venne sostituito dal nuovo Deutsche Mark. Già allora il Consiglio della Banca delle regioni tedesche (Deutsche Lânder Bank, che provvisoriamente gestiva la moneta) affermava «con piena serietà e gravità che l'indipendenza del sistema di banche centrali è un elemento assolutamente decisivo per assicurare la stabilità della moneta e mantenere la fiducia in essa». Negli anni successivi, quello stesso consiglio combatté una battaglia affinché l'indipendenza della nuova Banca centrale dal governo federale fosse affermata statutariamente. Battaglia vinta con l'approvazione dello Statuto della nuova Deutsche Bundesbank (chiamata in breve Buba), il 26 luglio 1957. È ampiamente accettata l'idea che la memoria dell'iperinflazione degli anni Venti abbia giocato un ruolo nel formare l'ossessione tedesca per l'inflazione e l'indipendenza della Buba.

Indipendenza che ha garantito una politica di stretto controllo dell'inflazione nella Germania (occidentale) post bellica e poi nella Germania ri-unificata dal 1990. Politica, del resto, coerente con il modello di crescita trainata dalle esportazioni che la Repubblica federale ha sempre perseguito (in continuità con la Germania di Bismarck, peraltro). Per puntare molto sulle esportazioni bisogna mantenere o migliorare la competitività di costo sui mercati internazionali. Per far questo ci sono due vie: si accetta la continua svalutazione della moneta nazionale in modo che si riducano i costi in valuta estera delle merci nazionali, oppure si contengono i costi di produzione delle merci che si devono esportare. L'Italia, negli anni Settanta del secolo scorso, puntò soprattutto sulla prima opzione. La Germania ha sempre puntato sulla seconda. Il contenimento dei costi richiede, innanzitutto, il contenimento delle retribuzioni, a partire dal settore industriale, che produce la maggior parte delle merci che si esportano. E il modo per contenere le retribuzioni, preservando al contempo la pace sociale, è tenere bassa l'inflazione. Così facendo, il potere d'acquisto dei lavoratori non si riduce e può anzi aumentare gradualmente nel tempo, a patto che cresca la produttività del lavoro.

06.01Mi ha colpito l'inizio di Le Change Heidegger dal quale ho tratto questa citazione, ma ho trovato molto meno interessante Cosa fare del nostro cervello, ragione per la quale ho sospeso il giudizio.

※ Parce qu'il opère à la fois dans et sur la pensée de Heidegger, le change Heidegger appartient et n'appartient pas à cette pensée. Il travaille en elle et hors d'elle. Le change Heidegger est en effet une invention qui résulte d'une décision de lecture. La mienne. Cette décision consiste dans la potentialisation de trois notions voisines qui, bien qu'omniprésentes dans les textes, semblent y sommeiller du fait de la pénombre conceptuelle dans laquelle elles se tiennent constamment. Il s' agit précisément des notions de Wandel, Wandlung, Verwandlung: changement, transformation, métamorphose

Quale sottile filo unisce le nozioni di Cambiamento, trasformazione, metamorfosi in un filosofo come Martin Heidegger alla biologia delle malattie mentali ed alla plasticità del cervello?


05.01La concezione hegeliana dell'origine della società è per così dire opposta a quella di Nozick. è lo schiavo, il posseduto, che si inventa lo Stato.

Because the slave has internalized the master's subjective point of view on things as the "true" as the objective point of view in terms of which he must judge his own subjective point of view, he understands that these objects count as something of value only to the extent that he, the slave, works on them; without his working on them, they count for nothing for the master and hence count for nothing per se. However, this gives the slave an unintended form of independence, for the slave is now in a position to reflect on his own activity and to see that the natural objects of the world count as things of value only to the extent that he, the slave, integrates them into a scheme of satisfying desire (even if that scherne of desires is not his own). To the extent that the slave comes to understand this — that he is a slave by contingency only and that his own activity is also constitutive of something's counting as a thing of value — he sheds the complete hold that the master had over his selfconsciousness. ln doing so, the slave will have thus turned out to have achieved the more nearly "objective" point of view of the two agents; the slave thus succeeds in doing that at which the master failed, namely, to construct a social, quasi-objective point of view out of his subjective point of view through his encounter with the other. The master must thus come to acknowledge this in the slave and learn to map his own point of view on to that of the slave who is emerging as independent. Instead of having his own point of view as clearly dominant, as being the "true" view, the master must now learn to coordinate his own views with those of the slave and understand that his mastery over the slave is only a contingency, and not a function of the "intrinsic superiority" of his own point of view, or a mirror of some metaphysical truth supposedly "out there." Thus, neither the master nor the slave ends up where he had intended. The dialectic of master and slave was initiated by each identifying his own projects as authoritative for what counted as good reasons for belief and action, but each has now found that he cannot identify what is his own without reference to the other's point of view — without, that is, reference to the sociality common to both. What counts as his own projects for the master cannot be unambiguously identified without incorporating some reference to the slave's projects and vice versa.

The necessity of a common, "objective" point of view is thus established out of the dialectic of master and slave, although that common point of view has not yet been fully achieved. What has been created instead are two subjective points of view, each coordinating itself with the other, each as it were mapping itself on to the other's point of view. This result does not imply any change in the social relations of dominance between the master and the slave, for the slave may contingently Iack the necessary practical means to free himself from the master, and the master may not relinquish his political or practical hold on the slave. What has unalterably changed between them, however, is that the master's point of view can no longer be the dominant point of view to which the slave immediately adapts his own point of view. A new, more nearly common point of view, has emerged; this new point of view will make new claims, and, so Hegel will further argue, these new claims — those involved with stoicism, skepticism and what he calls the "unhappy consciousness" — will also fail to make good on the aims that they set for themselves. But their failures make possible the point of view of modern life, which is the goal in which Hegel thinks the phenomenology of the European community can find itself completed, even if it has never actually aimed at that goal


04.01 Nozick sostiene che lo stato moderno, che pretende di monopolizzare l'uso legittimo della forza, è una necessità morale. Se non esistesse, qualcosa di simile si presenterebbe, generato da una mano invisibile, come conseguenza dall'obbligo morale di proteggere la proprietà e il rispetto dei diritti individuali. I proprietari di immobili assumono un'agenzia di protezione per proteggere le loro proprietà. L'agenzia monopolizzerebbe un territorio, estendendo i suoi servizi a coloro che non pagano per loro per anticipare il campo da esecutori indipendenti. Inizierebbe quindi a sentire verso i suoi clienti lo stesso senso di obbligo morale che si sentono l'uno verso l'altro. Col tempo, uno stato minimo - lo "stato di guardiano notturno" della teoria liberale classica - emergerebbe senza alcun accordo sociale formale che costituisca i suoi poteri.

Postmodernismo e postmodernità

03.01Nel Tramater alla voce postridiano si dice che i Romani attibuivano alla parola post, intesa come dopo, un senso negativo.

Postridiano, V. L. (Da postridie, il dì susseguente) del giorno susseguente alle calende, alle none, agl'idi: i quali giorni erano infusti e neri, perchè i Romani attribuivano alla parola post qualche cosa di cattivo. (Mitologico)

La concezione che abbiamo della post-modernità implica una frattura, la rottura di una continuità storica che era stata affermata dalla modernità attraverso l'idea di progresso.

Le parti pris adopté dans ce livre consiste à prendre au sérieux la multiplication de ces évocations du thème de la « fin » ou de ces emplois du préfixe « post- », par-delà les effets de mode massifs dans lesquels ils s'inscrivent. L'ampleur du phénomène semble en effet témoigner d'une forme de conscience historique inédite, marquée par le sentiment de vivre une rupture significative, ou encore par le désir de l'anticiper ou de la provoquer. Au minimum, l'on peut parler d'un affaiblissement des connotations positives associées à l'idée de moderne. A certains égards, l'on peut bien sûr affirmer qu'il n'y a rien de nouveau sous le soleil et que depuis le début des Temps modernes les acteurs sociaux ont eu tendance à penser leur époque comme étant traversée par des bouleversements majeurs et incessants, définissant pour certains l'essence même de la modernité (Berman, 1982 ; Balandier, 1985, 1988). Mais dans la mesure où tous les termes dérivés de l'adjectif « moderne » (modernité, modernisme, modernisation) peuvent parfaitement signifier ce sentiment, en déclassant sans cesse ce qui était hier considéré comme moderne pour le renommer traditionnel ou classique et en réservant l'emploi du terme à ce dont on est le contemporain , c'est pourrait-on dire à une rupture à l'égard de cette conception-là de la rupture que l'on assiste aujourd'hui à travers l'apparition massive du thème de la fin et du préfixe « post- ». En d'autres termes, c'est par rapport à ce que l'on a pensé et voulu comme étant « moderne » que l'on cherche ainsi à marquer une opposition critique et une prise de congé ou à situer l'interprétation d'une mutation. Phénomène passager ou plus profond ? C'est l'une des questions auxquelles nous essaierons d'apporter des éléments de réponse.

Cette référence à un au-delà du moderne peut s'inscrire dans deux orientations très différentes, à ne pas confondre. La première correspond à un ensemble de courants et de mouvements culturels et intellectuels se situant en rupture à l'égard du modernisme esthétique né dans la seconde moitié du XIX e siècle ou plus largement des formes de pensée, de discours et de culture qui sont associées depuis l'époque des Lumières à la civilisation occidentale. Nous la désignerons par le terme postmodernisme. La seconde renvoie à l'idée d'une mutation à l'œuvre dans les modes d'organisation sociale, les références idéologiques, les cadres sociaux, les formes d'expérience, générant l'avènement d'un nouveau type de société. Nous parlerons dans ce cas de postmodernité. Tandis que le postmodernisme signifie un positionnement actif visant à marquer une rupture, l'hypothèse de la postmodernité se situe au niveau d'un diagnostic historique en termes de mutation culturelle ou sociétale, sans que celle-ci soit nécessairement perçue positivement. Il y a bien sûr un lien parfois très étroit entre les deux perspectives, dès lors que la critique des postulats esthétiques du modernisme ou des orientations dominantes de la modernité historique se transforme facilement en diagnostic d'un nouveau type de culture et de société en train d'émerger. Mais ce lien n'a rien de nécessaire, d'une part parce que le postmodernisme peut rester cantonné à des débats à caractère esthétique ou épistémologique ou encore désigner des phénomènes et tendances culturels conjoncturels, d'autre part parce qu'à l'inverse il est parfaitement possible d'élaborer une théorie de la postmodernité qui ne doive absolument rien aux courants et mouvements qui ont été regroupés sous l'appellation du postmodernisme.

Disons-le sans détour : les notions de postmodernisme et de postmodernité ont donné naissance à une pléthore d'interprétations et d'évaluations telle que l'on peut facilement avoir le sentiment que l'arbitraire et l'indigence théorique règnent en maître sur ce terrain. L'adoption par un certain nombre d'auteurs d'un mode discursif postmoderniste, ou encore leur valorisation d'une ontologie, d'une épistémologie et d'une sociologie « postmodernes » ne font souvent que renforcer ce sentiment, tout comme l'incapacité de nombre d'écrits sur la question à dissocier l'analyse du jugement péremptoire, que ce soit pour ou contre la modernité. Pourtant, par-delà la prolifération d'analyses à l'emporte-pièce, d'effets de modes, de pseudo-révolutions épistémologiques et de prises de position caricaturales qu'elles ont suscitée, ces notions soulèvent aussi des questionnements essentiels.

Paradigmi per una metaforologia

02.01Un libro dedicato al logos della metafora, che utilizza la metonimia come strumento euristico, dal quale traggo questa inutile nota:

Chi volesse scrivere una storia del concetto di verità in senso strettamente terminologico, cioè diretto a chiarire le definizioni, ne ricaverebbe un magro bottino. La definizione di cui si è fatto più uso, che la Scolastica ha creduto trarre dal libro De definitionibus di Isaac ben Salomon Israeli: veritas est adaequatio rei et intellectus [1] offre campo a modificazioni solo in uno dei suoi elementi, il più piccolo, nella neutralità dello et. Mentre per la sua derivazione aristotelica la definizione dovrebbe essere intesa nel senso della adaequatio intellectus ad rem, il Medioevo vi scopre l'ulteriore possibilità di determinare la verità assoluta nello spirito divino come adaequatio rei ad intellectum. Questo ambito di gioco del concetto di verità è in fondo bastato a tutti i sistemi filosofici. Ma si è con ciò soddisfatta la richiesta dell'antichissima domanda: Che cos'è la verità?. Dal materiale offertoci dalla terminologia noi apprendiamo ben poco del contenuto di questa domanda nella sua pienezza. Se però seguiamo la storia della metafora che è più strettamente associata col problema della verità, quella della luce, allora la domanda si esplicita nella sua occulta pienezza, sempre elusa da ogni tentativo sistematico.

La verità è luce, la verità è nuda, la verità acceca, la verità non si può guardare. Diversamente Kierkegaard, diario 29 ottobre 1838 e 1 agosto 1835.


01.01Io esisto, - sospeso in un vuoto realizzato - sospeso alla mia propria angoscia - differente da ogni altro essere, e tale che i diversi eventi che possono accadere a chiunque altro e non a me sospingono crudelmente questo io verso un'esistenza assoluta

The question behind the "Coïncidences" seems to be the following: what happens if one ceases to focus on such "improbabilities" — at the same time imputing them to dream, to childhood or to the fictionality of the tale — and starts taking such a tale seriously? What if one no longer considers Simone's and the narrator's sexual fantasies as the manifestations of a "perverted" adolescent desire, but of a desire which, when simply seen from within, is indifferent to the form it may take, has no age, and no more of an ending than the story itself?


MP

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