Timeline

(Linea del tempo, ovvero, più prosaicamente, diario intellettuale di MP)

Un sapere discontinuo e frammentato non necessariamente è inferiore al sapere unius libri.


Scrittura anamorfica

Nella pala di Brera di Piero della Francesca l'uovo sospeso sul capo della Madonna visto da una particolare angolazione si trasforma in una sfera. L'anamorfosi è il procedimento, derivato dalla tecnica prospettica, che consente di deformare una figura e renderla riconoscibile solo da un'unica vista prospettica. Il caso di Piero è particolare perché, a differenza di altri dipinti dove l'immagine in primo piano è incomprensibile, nel dipinto di Brera sia l'uovo che la sfera sono significanti. Esistono esempi di scrittura anamorfica nei quali un significato è nascosto ed è leggibile solo per mezzo di una o più chiavi di lettura. (No, non tutta la scrittura è anamorfica)

Molte parole [nella lingua tedesca] possiedono anzi anche la proprietà di aver significati non solo diversi, ma opposti, cosicché anche in questo non si può non riconoscere un certo spirito speculativo della lingua. Per il pensiero può ben essere una gioia, d'imbattersi in coteste parole, e di riscontrare già in una maniera ingenua, lessicalmente, in una sola parola di opposti significati, quella unione degli opposti che è un risultato della speculazione, benché sia contraddittoria per l'intelletto.

Senso in effetti è quella mirabile parola che si usa in due significati opposti. Una volta indica gli organi dell'apprensione immediata; un'altra volta chiamiamo senso il significato, il pensiero, l'universale della cosa.

Juan de Mariana

In contrasto con le vecchie tesi crociane che avevano inteso il tacitismo solo come prudente travestimento di un machiavellismo di fatto, Maravall ha giustamente interpretato la fortuna dell'antico storico romano come l'espressione di una progressiva razionalizzazione del sapere politico (24). [..] Nell'opera di Mariana tuttavia compare un elemento assolutamente originale, non riscontrabile negli altri autori politici dell'epoca. La trattazione del De rege si apre infatti con la descrizione dello stato di natura, considerata come un reale momento storico, capace tuttavia di svolgere una funzione regolativa dello stesso universo politico, perché «essendo più vicini all'originaria e migliore condizione, i primi uomini intuivano più chiaramente la ragione delle cose» (25).

La condizione originaria dell'uomo, ricostruita sulla scorta di reminiscenze ovidiane e sulla base di suggestioni bucoliche di virgiliana memoria, offriva al teorico desideroso di interrogarsi sulle ragioni del mondo politico un quadro di insieme esente dalle brutture e violenze dell'umana evoluzione, dal quale era possibile ricavare uno sviluppo ideale e una conseguente organizzazione della realtà politica, delineata magari per contrasto con l'effettivo sviluppo storico «perché bisogna affermare ciò che è permesso dalla legge di natura e non ciò che è stato fatto dagli uomini» (26).

Cattaneo e Mill

Nel quadro della fortuna di Mill nella cultura italiana dell'Ottocento, un ruolo centrale spetta ai repubblicani federalisti. Essi fecero di On Liberty il manifesto del liberalismo radicale e di Carlo Cattaneo il Mill italiano. Quanto alla fortuna di Mill si deve precisare che si trattò di un fenomeno singolare, in primo luogo perché essa riguardò il pensiero politico ma non quello filosofico, in secondo luogo perché il liberalismo milliano fu effettivamente condiviso solo dai seguaci di Carlo Cattaneo e dai radicali.

L'accostamento del nome di Cattaneo a quello di Mill lo si deve ai Mario, ugualmente a loro risale l'immagine di Cattaneo precursore della filosofia positiva in Italia. Delle due fu la seconda tendenza interpretativa ad aver fortuna, inaugurando la lettura positivistica che di Cattaneo proposero gli scritti di Rosa, di Ghisleri, di Giovanni Cantoni, di Paolo Orano, di Felice Momigliano, fino al bel saggio di Alessandro Levi.

Con la teoria del precorrimento Mario faceva delle non-conoscenze di Cattaneo il pretesto per esaltare la genialità di un'intuizione nata nell'isolamento e nella povertà, con il solo soccorso dell'autonoma riflessione. Senca conoscerne le opere filosofiche (non lesse nemmeno Mill, perché senza le lire necessarie per comprarne le opere), Cattaneo pervenne alle stesse conclusioni di Mill, perché seguì il metodo scientifico dell'analisi e dell'induzione.

I successivi lettori positivistici di Cattaneo, accentuarono il carattere divinatore della sua filosofia usando gli argomenti di Mario

Si può affermare che, paradossalmente, la fortuna della lettura positivistica di Cattaneo decretò la sfortuna della tentata relazione con Mill. L'involontario responsabile fu Alberto Mario, quando cercò di costruire la comparazione insistendo sul pensiero filosofico piuttosto che su quello politico.

Empatia e crudeltà

Spiegare il male e la crudeltà umana attraverso l'empatia è lo scopo dichiarato del libro di Simon Baron-Cohen The Science of Evil tradotto per i tipi di Raffaello Cortina da Giambruno Guerrerio.

Iniziamo dalla definizione di empatia.

l'empatia è la nostra capacità di identificare ciò che qualcun altro sta pensando o provando, e di rispondere a quei pensieri e sentimenti con un'emozione corrispondente.

Come nota Baron-Cohen, la definizione di empatia indica un processo composto da due fasi distinte, ma entrambe necessarie.

nell'empatia ci sono almeno due fasi: il riconoscimento e la risposta. Sono necessarie entrambe, dato che se si ha la prima senza le seconda non c'è alcuna empatia [..] l'empatia richiede non solo la capacità di identificare i sentimenti e i pensieri di un'altra persona, ma anche di rispondere a essi con un'emozione appropriata.

Nella prima fase occorre che ci rappresentiamo la rappresentazione del mondo di qualcun altro, non solo, che ce la rappresentiamo in modo efficace.

Il mio collega Alan Leslie [..] ha sviluppato una teoria affascinante [..] detta della metarappresentazione

Nella seconda fase l'empatia richiede una risposta ai pensieri dell'altro (che si suppone siano stati identificati nella prima fase in modo corretto) in sintonia con i desideri contenuti nei pensieri dell'altro. Come si vede la situazione è piuttosto complessa.

L'empatia può esserci o non esserci, ma ciò può dipendere da cause completamente diverse fra loro: incomprensione volontaria o involontaria dei pensieri dell'altro, risposta positiva o negativa ai pensieri dell'altro correttamente identificati, etc.

Non mancano gli accostamenti alla nosologia psichiatrica tradizionale. Psicopatia, narcisimo e borderline sarebbero condizioni associate all'assenza di empatia negativa.

A questo punto Baron-Cohen si imbarca senza altre, e forse necessarie, precisazioni nella presentazione di un test di misurazione dell'empatia sul quale costruisce una scala, che dovrebbe consentire di individuare la mappa cerebrale delle corrispondenti funzioni. Naturalmente non manca un riferimento al gene dell'empatia.

Pur essendo personalmente convinto, come credo Simon Baron-Cohen, che il nostro comportamento sia completamente determinato dalle funzioni cerebrali, la sistematizzazione proposta nel libro mi sembra concettualmente assai primitiva e del tutto insufficiente anche solo per sostenere la tesi che esista una relazione tra assenza di empatia e crudeltà.

A questo proposito sembra che Baron-Cohen prende in considerazione solo l'intensità e non anche la qualità dell'empatia. Ritengo invece che nel caso della crudeltà sia una questione di qualità dell'empatia. In questo senso l'osservazione di David Cesarini, riportata da Baron-Cohen, mi sembra chiarificatrice.

David Cesarini ha osservato che Hannah Arendt aveva assistito solo all'inizio del processo, quando Eichmann desiderava apparire il tipo più comune possibile (Cesarini, 2004). In verità, se la Arendt si fosse fermata più a lungo, avrebbe notato quanta creatività Eichmann avesse messo nei suoi crimini; non era un cieco esecutore di ordini. In questo senso, il comportamento di Eichmann va spiegato non solo in termini di spinte sociali (pur non negandone l'importanza), ma anche di fattori individuali (la sua ridotta empatia).

Merita una riflessione più approfondita il contenuto di questa citazione.

Se questo discorso sul potere dell'empatia vi sembra privo di implicazioni per la vita reale, torniamo con i piedi per terra e prendiamo in considerazione la rottura delle relazioni tra due nazioni, ossia il conflitto mediorientale che è divampato per la maggior parte del xx secolo e che non mostra segni di risoluzione. [..] appena un giorno dopo la sua fondazione, nel 1948, fu invaso dai vicini arabi. Perché?

In parte perché molti palestinesi, comprensibilmente, si sentirono scacciati dalla creazione dello Stato d'Israele, una conseguenza che fu forse sottovalutata dalle Nazioni Unite quando diedero l'autorizzazione. Qualunque fosse la causa originaria, le conseguenze furono sessant'anni di attentati palestinesi e di carri armati israeliani, in un succedersi di incomprensioni che hanno portato a sempre maggiori sofferenze umane. A questo punto, molti di entrambe le posizioni badano solo al loro punto di vista e, in questo senso, hanno perso la loro empatia per l'altro. E chiaro che le soluzioni militari non hanno funzionato, e ritengo che la sola strada da seguire debba essere l'empatia.

Fortunatamente abbiamo prove che chi vive in Medio Oriente non ha perso l'empatia in modo permanente o durevole. L'anno scorso mi trovavo nella sinagoga di Alyt Gardens, a Golders Green, nella parte settentrionale di Londra. Due uomini salirono sul podio. Il primo disse: "Sono Amhed e sono un palestinese. Mio figlio è morto nell'intifada, ucciso da un proiettile israeliano. Vengo per augurare a tutti voi shabbāt shālōm. Poi parlò l'altro uomo: "Sono Moishe e sono israeliano. Anche mio figlio è morto nell'intifada, ucciso da una bottiglia molotov lanciata da un adolescente palestinese. Vengo per augurare a tutti as-salām 'alaykum.

Fui impressionato

Si, anche io lo sono.

Genetica delle relazioni di dominio-sottomissione

Interessante, è un'ipotesi, ma potrebbe essere indimostrabile e quindi rivelarsi essere solo una fake-news.

L'approccio di Albert Somit e Steven A. Peterson [1997] costituisce un tentativo di rileggere la storia umana in chiave neodarwinista. L'idea alla sua base è in verità piuttosto semplice: gli autori partono infatti dalla constatazione che le società umane si sono da sempre date in larghissima maggioranza forme di governo non democratiche, ma fondate su relazioni di dominio-sottomissione e sul comando dei pochi sui molti. Secondo Somit e Peterson, ciò andrebbe attribuito essenzialmente ad una predisposizione genetica alla dominanza ed all'obbedienza comune a tutti i primati e dunque anche alla nostra specie: nella loro ottica saremmo dunque per natura orientati all'antidemocrazia, dal momento che Di tutti i fenomeni sociali, la gerarchia è il più pervasivo; per quasi tutti noi, gli eventi più importanti e quelli meno rilevanti dell'esistenza occorrono entro strutture gerarchiche e prendono forma in esse [..] La maggior parte degli scienziati sociali diede e in larga parte continua a dare spiegazioni puramente sociologiche dell'universalità della gerarchia e delle differenze di status, facendo riferimento all'apprendimento sociale [..]. Nonostante siano teoreticamente sostenibili, è estremamente improbabile che le spiegazioni in termini di apprendimento sociale possano anche solo cominciare a dare adeguatamente conto della regolarità e della somiglianza delle condotte legate alle strutture di dominanza messe in atto da persone separate da enormi distanze temporali, spaziali e culturali [ibid., pp. 55-57].

Secondo i due autori statunitensi è invece indispensabile fondare una teoria evoluzionista dell'organizzazione politica delle società umane, in base al presupposto che la selezione naturale ha premiato gli individui predisposti a costruire strutture sociali gerarchiche, promuovendo sistematicamente la sopravvivenza di quelli orientati alla dominanza. Nella loro logica, questi ultimi sarebbero infatti avvantaggiati rispetto agli individui orientati alla democrazia, dal momento che darebbero agevolmente forma ad aggregati caratterizzati da una notevole prevedibilità delle condotte dei loro componenti e da probabilità estremamente ridotte di decidere la gerarchia di accesso alle risorse con scontri diretti, di rimanere feriti e di dedicare molte energie fisiche al conflitto intra-specie. Le collettività organizzate in termini di dominanza sarebbero cosi in grado di garantire elevati livelli di stabilità e pace, massimizzando il successo riproduttivo dei loro membri ed, in senso lato, la probabilità di sopravvivenza della specie cui appartengono.

Somit e Peterson sostengono dunque che la tendenza ad obbedire alle autorità è una delle eredità evolutive più forti e persistenti che ci provengono del remoto passato della nostra specie. E però evidente che non tutte le società umane sono antidemocratiche, e che — specie negli ultimi due secoli la democrazia sembra essere sempre più diffusa. A parere degli autori ciò non disconferma la loro teoria, a patto di fare appello ad un altro importante meccanismo di regolazione genetica delle condotte individuali, che essi definiscono indottrinabilità. Nella loro ottica tale meccanismo rende possibile la messa in atto di comportamenti che si oppongono alle nostre predisposizioni genetiche, quali il celibato, il martirio, la disponibilità a morire per la patria e la bandiera e, appunto, la democrazia. L'indottrinabilità porta con sé una potenziale suscettibilità alle nozioni democratiche, anche se geneticamente non saremmo predisposti ad esse [..]. E in base a questa potenzialità che, nei casi in cui le condizioni economiche e sociali lo consentono [..] le idee democratiche possono svilupparsi e divenire capaci di influenzare le condotte politiche, rendendo cosi talvolta possibile la democrazia [..] Come è possibile attendersi, nella maggior parte dei casi l'indottrinabilità serve da supporto e da rinforzo alle tendenze antidemocratiche. In altre condizioni abbastanza speciali, tuttavia, l'indottrinabilità fornisce un'opportunità per l'accettazione di idee democratiche e di azioni politiche che, se coronate da successo, portano allo stabilirsi di un sistema di governo democratico [ibid., pp. 78-79].

Per Somit e Peterson, dunque, l'autoritarismo dei leader e l'autoritarismo dei seguaci non sarebbero altro che due facce della stessa medaglia, coniata dal nostro patrimonio genetico per promuovere l'inclusive fitness degli individui e la sopravvivenza della specie. Ciò crea un primo elemento di debolezza della loro teoria: come abbiamo notato nel capitoli precedenti, i dati empirici segnalano deboli correlazioni fra le due tendenze antidemocratiche. Anche a prescindere da questo, nell'analizzare l'approccio di Somit e Peterson è inevitabile sottolineare che le loro argomentazioni sono realmente ardue da testare empiricamente.

Considerazioni sulla violenza della moltitudine

Il 18 settembre 1944 una grande moltitudine è radunata davanti al Palazzo di Giustizia di Roma in attesa di assistere al processo nel quale deve essere giudicato Pietro Caruso,

Personaggio di seconda fila nella Milizia e successivamente nella polizia della RSI, nel [..] febbraio di quell'anno era stato mandato dal Nord a dirigere la Questura di Roma, e di lì aveva prestato la sua zelante collaborazione all'occupante tedesco, [..] Nella pratica della violenza e della tortura non era stato da meno dei Tedeschi, con i quali aveva inoltre condiviso la responsabilità della terribile rappresaglia delle Fosse Ardeatine, aggiungendo ai 285 prigionieri già prelevati dai comandi germanici nelle carceri sotto il loro controllo, una sua lista di 50 nomi di detenuti a disposizione delle autorità italiane.

A causa di una gestione approssimativa dell'evento, una folla irritata dall'attesa e intezionata a farsi giustizia da sola irrompe nell'aula dove si tiene il processo alla ricerca dell'imputato, che però è custodito in un'altra stanza. Il caso ha scelto diversamente. Fra i testimoni a carico del Caruso c'è Donato Carretta, direttore del carcere di Regina Coeli durante l'occupazione nazista, che viene riconosciuto e additato da una donna.

Sei stato tu a fare ammazzare mio marito!. Un braccio teso, un indice puntato, colti precisamente dall'obiettivo di un ufficiale alleato, offrono un uomo al furore. È Donato Carretta, incautamente mischiato tra la folla, irragionevolmente dimentico della sua vulnerabilità. Pur tra lo strepito e il fragore si ode distinto l'impatto sonante del primo schiaffo.

Il linciaggio ha così inizio. Qui mi fermo. Chi sia interessato alla meretrice c'era una volta può leggere la meticolosa e ponderata ricostruzione dei fatti di Ranzato.

Una sola considerazione a margine. Quello che colpisce in questa descrizione è la casualità degli avvenimenti. La violenza della folla è casuale. Per contrasto, sebbene nasca da identica indignazione, l'azione che porta la plebe alla secessione è ponderazione. L'esatto contrario dell'azione che porta la folla alla rivolta ed in questo caso al linciaggio.

Tertulliano

È dai tempi di Nister, che lo considerava uno psicopatico, che Tertulliano non gode di buona stampa

Dopo aver condannato senza appello tutti i possibili generi di spettacolo, sia del circo che del teatro, Tertulliano conclude il de spectaculis con l'esortazione ad apprezzare i piaceri concessi ai cristiani da Dio, in attesa del grandioso spettacolo che si potrà godere alla venuta ormai imminente del Signore (ci sarà la resurrezione dei santi e si instaurerà il regno dei giusti), e di quello, ancor più grandioso, del giudizio finale, con la conflagrazione del mondo e l'eterna dannazione dei reprobi. Su quest'ultima egli indugia compiaciuto, offrendo una vivida descrizione dei diversi tipi di pena:

Quae tunc spectaculi latitudo! Quid admirer, quid rideam? Ubi gaudeam, ubi exultem spectans tot ac tantos reges, qui in caelum recepti nuntiabantur, cum ipso love et ipsis suis testibus in imis tenebris congemiscentes? Item praesides persecutores dominici nominis saevioribus quam ipsi flammis saevierunt insultantibus contra Christianos liquescentes? Quos praeterea? Sapientes illos philosophos coram discipulis suis una conflagrantibus erubescentes, quibus nihil ad deum pertinere suadebant, quibus animas aut nullas aut non in pristina corpora redituras affirmabant! Etiam poetas, non ad Rhadamanthi nec ad Minois, sed ad inopinati Christi tribunal palpitantes! Tunc magis tragoedi audiendi, magis scilicet vocales in sua propria calamitate; tunc histriones cognoscendi, solutiores multo per ignem; tunc spectandus auriga, in flammea rota totus rubens; tunc et xystici contemplandi, non in gymnasiis, sed in igne iaculati; nisi quod ne tunc quidem illos velim visos, ut qui malim ad eos potius conspectum insatiabilem conferre qui in Dominum desaevierunt.

Lo sport è preparazione alla guerra

Gli esercizi ginnici, Platone se ne accorge, sono gli stessi richiesti dall'addestramento alla guerra; è sufficiente dare uno scudo e delle armi all'atleta che corre per farne un oplita. Il lanciatore di giavellotto non ha bisogno d'altro per essere un soldato.

non è forse vero, a proposito delle competizioni ginniche, che bisogna praticare quante di esse sono competizioni di preparazione alla guerra e per esse stabilire premi ai vincitori, e che le altre sono da trascurare?

I giochi olimpici sono la continuazione della guerra in altra forma. Il fatto che durante le Olimpiadi i conflitti tra le città greche fossero sospesi ne è una prova. Competizione sportiva e guerra sono, per i greci, equivalenti e per questo motivo non possono svolgersi contemporaneamente.

La massoneria è una religione

No comment. Concordo

La nascita della massoneria all'inizio del Settecento costituisce un laboratorio della modernità [..] Nelle molteplici forme che essa assume durante il corso del secolo [..] due elementi appaiono costanti nei documenti e nella vita delle logge. Da una parte troviamo la costante rivendicazione di una dolce eguaglianza, che esprime assai più l'affermazione dell'individuo come nuovo protagonista della storia spirituale europea che non la prefigurazione di rivolgimenti sociali. Quando questi si profileranno, lasceranno infatti stupefatti e atterriti molti fratelli che alla dolce eguaglianza avevano fino ad allora brindato gioiosamente. Dall'altra troviamo costante la distinzione fra la religione come principio regolativo interiore, espressione di una natura umana ragionevole, e le religioni positive come prodotto storico, con la conseguente distinzione fra legge morale interiore e normatività confessionale [..]

il processo di rimozione più grande della memoria storica ci sembra attuato nei confronti dell'intreccio nel processo rivoluzionario fra riforma politica e riforma religiosa, rapporto trascurato nella storiografia recente

Abbiamo parlato di idee-guida che, nate nel mondo delle logge radicali durante gli anni del dispotismo illuminato e riformatore, guideranno poi il processo rivoluzionario e costituente nella Francia di fine secolo. Queste idee-guida, su cui il radicalismo massonico costruisce la sua cultura politica, la sua filosofia della storia ed il suo progetto di riforma sociale, sono fondamentalmente tre: sociabilità, eguaglianza e perfettibilità.

È quest'ultima idea [la perfettibilità] a costituire il fondamento della filosofia della storia per illuministi come Turgot, Price, Priestley, Condorcet, che nella Esquisse richiama proprio i primi tre al riguardo della dottrina della perfettibilità indefinita della specie umana, di cui sono detti primi e più illustri apostoli, così come era stata l'idea-guida pochi anni prima nei testi della maturità di Lessing.

Delle tre idee-guida sopra menzionate la più controversa sarà quella di eguaglianza.

È proprio questa categoria di perfettibilità che fonda una filosofia della storia dove si intrecciano diritti naturali e processo di incivilimento, storicità dei bisogni e teoria della convergenza degli interessi, ed è questa weltanschauung che fonda il repubblicanesimo di Paine e di Condorcet

Grava su questa filosofia della storia una interpretazione tradizionale che è opportuno cercare di rimuovere, quella del progresso come visione unilineare del processo storico. Si tratta di una lettura povera, che non coglie ricchezza e contraddizioni di questo filone di pensiero. In realtà troviamo in Paine, come e ancor più che in Condorcet, una visione dualistica della storia dove due processi corrono in parallelo ab initio in essa, lo studio delle opere di Dio, la vera teologia, che ha individuato nelle leggi che regolano il moto degli astri il fondamento della regolazione dell'universo e della possibilità da parte dell'uomo di farsene signore per soddisfare i propri bisogni ed essere felice, e la teologia favolosa, o l'oscuramento della verità scientifica da parte di una minoranza sociale di nobili-sacerdoti che proprio sull'inganno delle masse e sulla conceguente paura indotta in esse dell'incontrollabilità dei fenomeni naturali traggono strumento per legittimare e stabilizzare il proprio dominio sociale. Vi è dunque uno sdoppiamento fra storia della verità e storia dell'impostura che segna, come una sorta di peccato originale laicizzato, la storia umana e spiega l'origine e la differenziazione fra governanti e governati, così come spiega le radici politico-sociali del magistero ecclesiastico e dell'alleanza fra altare e trono.

Ambiguità di Edipo

Il significato ultimo dello svolgersi della tragedia edipica è dato da una serie di possibilità che fanno di Edipo una figura complessa, che si presta ad essere letta sotto la specie dell'ambiguità. Edipo è molti.

Nello studio da lui consacrato nel 1939 all'ambiguità nella letteratura greca, W.B. Stanford nota che, dal punto di vista dell'anfibologia, Edipo re occupa una posizione speciale: l'opera ha valore di modello. Nessun genere letterario dell'antichità utilizza infatti in misura così ampia come la tragedia le espressioni a doppio senso, e l'Edipo re presenta più del doppio di formule ambigue rispetto agli altri drammi di Sofocle.

L'equivoco nelle parole di Edipo corrisponde allo statuto ambiguo che gli è conferito nel dramma e sul quale è costruita tutta la tragedia. Quando parla, succede a Edipo di dire cosa diversa o il contrario di ciò che dice. L'ambiguità dei suoi discorsi non traduce la doppiezza del suo carattere, che è tutto d'un pezzo, ma, più profondamente, la dualità del suo essere. Edipo è duplice.

La doppia dimensione del linguaggio edipico riproduce dunque, in forma rovesciata, la doppia dimensione del linguaggio degli dei quale si esprime nella formula enigmatica dell'oracolo. Gli dei sanno e dicono la verità, ma la manifestano formulandola in parole che paiono agli uomini voler dire tutt'altro. Edipo non sa né dice la verità, ma le parole di cui si serve per dire cosa diversa dalla verità, la manifestano a sua insaputa in modo lampante per chi ha il dono di un doppio orecchio, come l'indovino ha doppia vista.

Se nell'interpretazione della tragedia di Sofocle ci si dovesse mantenere sul piano della verosimiglianza dei fatti sorgerebbe immediatamente un problema: il costume greco imponeva una differenza di età tra gli sposi che nel testo di Sofocle risulta invertita. Questo tipo di problema si presenta ogniqualvolta si voglia dare una lettura realistica della mitologia greca.

Per comprendere Edipo occorre partire da Levi Strauss [mitemi]. Vernant prende Freud e Sofocle alla lettera, ma in questo modo smonta tutto e non comprende nulla.

L'idea che il mito di Edipo esprima sic et simpliciter, materialmente, l'incesto ed il parricidio si scontra con il fatto che Laio e Giocasta sono e non sono il padre e la madre di Edipo.


Filosofia come narrazione

Un ebreo senza Dio

Gregory Zilboorg [..] credette di aver trovato le origini del rifiuto di Freud di applicare il proprio intuito allo studio delle religioni in una tragedia personale infantile. A tre anni l'amata governante cattolica [..] fu licenziata e mandata in prigione per piccoli furti. Freud dedicò non solo quarant'anni, ma tutta la sua vita, a cercare di liberarsi della catastrofe che gli era capitata da bambino. Com'era inevitabile, secondo Zilboorg, fallì.

p. Non so - scrisse a Pfister nel 1928 - se lei ha indovinato il legame segreto che unisce L'analisi condotta da non medici e l'Illusione. Nel primo saggio voglio difendere l'analisi dai medici, nel secondo dai preti.

Freud pubblicizzò il suo ateismo ogni volta che ne ebbe (o riuscì a crearsi) l'occasione. Tuttavia, abbastanza significativamente, molti hanno scelto di ignorare questa sua definizione di sé stesso.

p. Non è un segreto, per chiunque conosca o legga le mie opere, che io sono un incredulo radicale.

Freud era figlio fedele dell'illuminsmo, l'ultimo dei philosophes.

Odio chi sottolinea i libri

Odio chi sottolinea i libri, perché un libro sottolineato diventa illeggibile ed è la prova inconfutabile, soprattutto se il libro è di proprietà publica, dell'esistenza della stupidità.

Un segno, qualsiasi segno, ci parla del suo autore, ci dice qualcosa di lui e chi segna un libro, deve sapere che si espone al giudizio, non sempre benevolo, di chi verrà dopo di lui.

Ma c'è un modo di marcare i libri che suscita la mia ammirazione: quando il segno lasciato sulla carta dimostra l'intelligenza del lettore. Salvatore Rotta segnalava, rigorosamente a margine, anche gli errori di ortografia!

Valutare ciò che la scienza offre

Ho trovato in modo molto semplice queste due citazioni attraverso un motore di ricerca, in questo caso Google. Adesso, direte voi, Google sa che ho cercato le opere di Gramsci e quindi il suo algoritmo mi potrebbe classificare come comunista o quanto meno interessato al comunismo. Ma, poiché le due citazioni di Gramsci riguardano la scienza potrebbe classificarmi anche come interessato all'epistemologia. L'abilità dell'algoritmo di Google starebbe dunque nel capire, attraverso la storia delle mie ricerche, quale sia il mio vero interesse: il comunismo o l'epistemologia; al fine di poter commercializzare, rendere monetabile, questa informazione.

Accanto alla più superficiale infatuazione per la scienza, esiste in realtà la più grande ignoranza dei fatti e dei metodi scientifici, che sono cose molto difficili e lo diventano sempre più per il progressivo specializzarsi di nuovi rami della conoscenza. Superstizione scientifica che porta con sé illusioni ridicole e concezioni più infantili ancora di quelle religiose. Nasce una specie di aspettazione del paese di Cuccagna, in cui le forze della natura, con quasi nessun intervento della fatica umana, daranno alla società in abbondanza il necessario per soddisfare i suoi bisogni. Contro questa infatuazione, i cui pericoli ideologici sono evidenti (la superstiziosa fede nella forza dell’uomo porta paradossalmente a isterilire le basi di questa forza stessa), bisogna combattere con vari mezzi, di cui il più importante dovrebbe essere una maggiore conoscenza delle nozioni scientifiche essenziali, divulgando la scienza per opera di scienziati e di studiosi seri e non più di giornalisti onnisapienti e di autodidatti presuntuosi. Si aspetta «troppo» dalla scienza, e perciò non si sa valutare ciò che di reale la scienza offre.

È da notare che accanto alla più superficiale infatuazione per le scienze, esiste in realtà la più grande ignoranza dei fatti e dei metodi scientifici, cose molto difficili e che sempre più diventano difficili per il progressivo specializzarsi di nuovi rami di ricerca. La superstizione scientifica porta con sé illusioni così ridicole e concezioni così infantili che la stessa superstizione religiosa ne viene nobilitata. Il progresso scientifico ha fatto nascere la credenza e l’aspettazione di un nuovo Messia, che realizzerà in questa terra il paese di Cuccagna; le forze della natura, senza nessun intervento della fatica umana, ma per opera di meccanismi sempre più perfezionati, daranno alla società in abbondanza tutto il necessario per soddisfare i suoi bisogni e vivere agiatamente. Contro questa infatuazione, i cui pericoli sono evidenti (la superstiziosa fede astratta nella forza taumaturgica dell’uomo, paradossalmente porta ad isterilire le basi stesse di questa stessa forza e a distruggere ogni amore al lavoro concreto e necessario, per fantasticare, come si si fosse fumato una nuova specie di oppio) bisogna combattere con vari mezzi, dei quali il più importante dovrebbe essere una migliore conoscenza delle nozioni scientifiche essenziali, divulgando la scienza per opera di scienziati e di studiosi seri e non più di giornalisti onnisapienti e di autodidatti presuntuosi. In realtà, poiché si aspetta troppo dalla scienza, la si concepisce come una superiore stregoneria, e perciò non si riesce a valutare realisticamente ciò che di concreto la scienza offre.

La citazione, che ho riportato nella sua duplice veste, è una metacitazione perché viene da un articolo di Silvano Tagliagambe sull'ultimo numero della rivista Politeia nel quale partendo da un controverso intervento di Chris Anderson su Wired conclude sul recente saggio di Frank Pasquale sui big data passando attraverso la citazione di Gramsci.

Nell'articolo si intersecano senza soluzione di continuità un piano epistemologico, uno giuridico ed uno politico. Ciò significa che nessuno dei tre livelli di comprensione del fenomeno è in sé stesso adeguato. Il fenomeno dei big data chiede di essere interpretato attraverso strumenti che non sono presenti in nessuno dei tre livelli, ma debbono essere creati ex novo.

Come ricorda Fulvio Mazzocchi nel suo articolo il grande lavoro di raccolta dati svolto da Ticone Brahe, seguendo ipotesi sbagliate, precede la teorizzazione di Keplero ed è, a mio avviso, anche il presupposto sia della rivoluzione scientifica che delle rivoluzioni politiche che sono seguite.

Per analogia, e solo per analogia, si può immaginare i big data come qualcosa di analogo al lavoro di nuda osservazione svolto da Ticone. Non sappiamo dove questi nuovi dati ci porteranno, ma sappiamo che nulla sarà più come prima, anche sul piano giuridico e politico. E questo ci deve indurre ad imparare a valutare ciò che la scienza offre.

Marxismo e diritto ereditario

La posizione assunta sulla trasmissione ereditaria distingue il tipo di società. La trasmissione ereditaria può avvenire per titolo (società aristocratiche, nobiliari, caste), attraverso la ricchezza (denaro, proprietà, capitale), capacità (istruzione, DNA). La trasmissione ereditaria crea diseguaglianza, che può essere contrastata attraverso l'abolizione dei titoli nobiliari, l'imposizione fiscale, l'istruzione gratuita, etc.

Marx non considera il diritto ereditario materia degna di interesse. Se nella società comunista non ci sarà più proprietà, si argomenta, essa non potrà essere trasferita e quindi neppure trasmessa ai figli. Il problema semplicemente non si pone. Elementare Watson.

Ma, come si è visto, la proprietà non è l'unica cosa che può essere ereditata.


Se sei pagato per scrivere,
non sei il proprietario del contenuto

Sul sito Times Higher Education viene riportato un articolo del professor Gabriel Egan, della De Montfort University di Leicester, studioso di Shakespeare, nel quale si pone la questione del differente trattamento di cui godono, per tradizione, i professori universitari rispetto agli altri funzionari publici. Gli accademici sono già pagati per quello che scrivono; dare relazione delle ricerche che compiono è il loro mestiere, quindi la proprietà delle loro opere dovrebbe spettare a chi li stipendia. Il ragionamento è corretto, non si vede perché i cittadini debbano pagare due volte la stessa cosa.

For advocates of open access, the overriding principle is that public servants whose contracts give them time to write are, by virtue of being paid to do it, no longer the owners of that writing. No tax inspector or police officer can claim ownership of what they write for their jobs, so why should academics?

Il professor Egan si riferisce alla situazione europea dove i professori sono pagati dallo Stato e, come scrive un commentatore, per antica tradizione le università hanno rinunciato ad esercitare il loro diritto, ma negli Stati uniti, dove le università sono in gran parte private, il copyright sulle publicazioni accademiche è frequentemente di proprietà delle stesse università, che fanno valere il loro diritto esattamente come i professori in Europa. Rimane il fatto che, se è lo Stato a pagare, il diritto d'autore dovrebbe limitarsi alla semplice citazione dell'autore, come è previsto dal fair use.

Pane per tutti

Chris Renwick
Bread for All: The Origins of the Welfare State
Allen Lane, London, 2017

Una delle caratteristiche più significative della crescita delle prestazioni sociali in Gran Bretagna tra la metà del XIX e la metà del XX secolo è che queste misure non sono state la conseguenza di una pressione popolare, ma di idee e politiche elaborate da un'élite intellettuale e politica . C'era un sostegno popolare per molte delle misure che hanno migliorato la vita della maggior parte della popolazione, ma l'iniziativa, il design e le decisioni pratiche erano dovute agli intellettuali, ai riformatori sociali, ai do-gooders e ai politici.

Questa osservazione, che ho ripreso dalla recensione di Stefan Collini sul Guardian al libro Bread for All di Chris Renwick appena uscito, è molto interessante. Il welfare state è una creazione dell'élite politica e intellettuale inglese molto di più di quanto non sia stato una riforma richiesta e imposta dal popolo. Come ho detto altrove le politiche del benessere sono state una risposta coerente e in definitiva lungimirante ad una situazione di pericolo "militare". Il venir meno della percezione del pericolo ha fatto si che quella stessa classe sociale che lo aveva promosso abbia ritenuto utile smantellarlo. La storia dirà se questa è stata una decisione lungimirante. [sabato 9 settembre 2017]

Il declino del Welfare State

L'età dell'oro del welfare state sembra essersi conclusa. I cambiamenti demografici e l'intensificarsi della competizione internazionale in un'epoca di globalizzazione hanno messo a dura prova i sistemi di welfare. Sebbene non ci siano indicazioni di un rifiuto generale dello stato sociale (welfare bachlash) tra l'opinione pubblica occidentale, gli elettori spesso scelgono partiti neo-conservatori che promettono di tagliare i programmi sociali e ridurre le tasse.

Mentre gli economisti tendono a sottolineare l'efficacia dei programmi di protezione mirati (targeted), l'approccio sociologico suggerisce che gli schemi selettivi che escludono le classi medie producono un effetto a spirale verso il basso che determina il continuo abbassamento delle prestazioni. Dal momento che questi schemi riducono la maggioranza della popolazione al ruolo di contribuente, i beneficiari rapprensentano una piccola minoranza che, rimasta priva di partner coalizionali, è troppo debole per resistere agli attacchi congiunti delle coalizioni di contribuenti e dei detentori di cariche pubbliche che in un'epoca di austerità cercano di contenere il deficit publico.

Le principali conclusioni descrittive di Pierson possono essere riassunte in tre punti:
- c'è stato un modello dominante di continuità nell'ambiguità delle politiche sociali (1994, 179)
- i programmi universali hanno perso mentre quelli mirati sono usciti vincenti dalla fase di ridimensionamento del welfare (1994, 103, 127-128, 170)
- gli interventi restrittivi programmatici - cioè i tagli a singoli programmi - in Gran Bretagna in genere si sono spinti più avanti rispetto agli Stati Uniti

Il tratto distintivo del sistema americano è la complessità (arbitrarietà)

Da una prospettiva tedesca, l'aspetto distintivo delle politiche americane di tutela dei poveri è che trovarsi al di sotto di tale soglia ufficiale di povertà ha davvero poco a che fare con il diritto a ricevere le prestazioni di sostegno al reddito. Solamente il programma federale Food stamps (buoni viveri) mette più o meno in diretta relazione il diritto alla prestazione con la definizione nazionale di povertà.

la situazione americana è caratterizzata da una pletora di programmi categoriali e decentrati che prevedono diversi criteri di eleggibilità per i vari gruppi e una divisione dei poveri in meritevoli e non meritevoli.

Più complessa la situazione in Germania

Le chiese tedesche hanno chiari interessi in gioco nelle politiche sociali e mobilitano la resistenza all'interno della CDU quando vedono minacciato lo status quo.

Bibliografia

Jens Alber
- Il ripensamento del welfare state in Germania e negli Stati Uniti, Rivista italiana di scienza politica, n° 1, 1997, pp. 49-99
Paul Pierson
- The New Politics of the Welfare State, World Politics, Vol. 48, No. 2, 1996, pp. 143-179 PDF

La retorica del volontariato ha uno scopo truffaldino

I volontari, come gli sfruttati, ci sono sempre stati. Certo è che Expo 2015 ha messo un sigillo di ufficialità a una certa idea di volontariato. Così, rotto l’argine dell’indugio moralista, arruolare volontari è più semplice, più bello, più conveniente, più trendy (meglio ancora se in epoca devastata dalla necessità di lavoro retribuito). Piccole expo crescono: da mercatini universali a eventi provinciali, dal festival di questo alla rassegna di quello.

Dalle mie parti, per esempio Parma, un festival di cibo riporta con fierezza in home page, alla voce Volontariato: “Partecipa come volontario al successo del Festival, il tuo apporto è fondamentale ed occasione unica per socializzare e contribuire al rilancio del tuo territorio“. Per come la vedo io: o lavori gratis o sei un asociale.

Se prima volontariato era espressione di impegno sociale, ora il senso stesso della parola è distrutto a favore di una nuova e assolta interpretazione: sfruttamento di lavoro a costo zero; io ci guadagno, tu fai l’esperienza di socializzazione, mi dici anche grazie e se sei bravo ti chiamo pure l’anno prossimo, che forse ti rimborso la vaselina.

Perché mai la figura paterna è così importante?

Nel libro Life Without Father, il sociologo David Popenoe riferisce che il 60 per cento degli stupratori, il 72 per cento degli omicidi minorenni e il 70 per cento dei detenuti a lungo termine negli Stati Uniti sono cresciuti in una famiglia senza padre.

Queste statistiche prendono maggior valore tenendo conto del fatto che gli individui cresciuti in una famiglia senza padre sono solo una frazione delle famiglie in cui il padre è presente.

Ma l'effetto dell'assenza del padre sulla delinquenza e la violenza può essere spiegato soltanto in parte con la constatazione che queste famiglie sono più povere.

Altri studiosi hanno constatato empiricamente che i bambini hanno problemi comportamentali tanto più gravi quanto minore è il tempo che trascorrono con il genitore. Tuttavia se sono i padri stessi a soffrire di disturbi del comportamento questa tendenza si inverte.

Bibliografia

David Popenoe
- Life Without Father, Free Press, New York, 1996
Richard Wilkinson, Kate Pickett
- La misura dell'anima. Perché le diseguaglianze rendono le società più infelici, tr. Adele Oliveri, Feltrinelli, Milano, 2009

Ambivalenza della solitudine

Vorrei scrivere qualcosa sul Traité des solitudes di Nicolas Grimaldi, naturalmente come pretesto per parlare della solitudine, ma il testo si presenta senza agganci, chiuso, rivolto verso sé stesso, oscuro, liscio. Privo di accessi evidenti sembra non offrire pretesti al lettore. Nonostante le numerose citazioni sulle quali è costruito non cerca un interlocutore. Come se non volesse parlare di bensì esprimere solitudine.

La solitudine è funzione della nostra relazione con gli altri, sostituisce un equivalente a qualcosa. Verosimilmente, la condizione originaria non è la solitudine, ma la relazione con altri.

La plus constante de nos occupation ne serait pas de fuir la solitude si la solitude n'était notre plus originaire et plus constante expérience.

La nostra più costante occupazione non sarebbe di fuggire la solitudine se la solitudine non fosse la nostra più originaria e più frequente esperienza.

La solitudine ci è insopportabile

Si paisable qu'elle puisse être, la solitude nous est insupportable. [..] Bref, comme dans la douleur ou le besoin, jamais nous ne nous sentons exister autant que dans la solitude, et jamais nous ne sentons autant l'inconsistence ou le peu de réalité de notre existence.

C'è una solitudine ontologica

Parce que la mort est l'horizon de notre vie, il n'est pas une situation, pas une rencontre, pas un événement qui ne se configurent et ne se découpent sur fond de cette irrémédiable solitude. Elle accompagne comme son ombre chaque instant de notre vie. Car nous mourrons seuls.

La morte come solitudine.

Poiché la morte è l'orizzonte della nostra vita, non c'è situazione, incontro, avvenimento che non si configuri e non si stagli sul fondo di questa irrimediabile solitudine. Essa accompagna come un ombra ogni istante della nostra vita. Poiché noi moriamo soli.

Tant il est vrai qu'on meurt seul, mais que ce qui meurt en nous est seulement le sujet de la représentation, celui qui était venu au monde sans pouvoir jamais en faire vraiment partie. Car le moi ne commence ni ne finit à ce qu'en configure son corps. Lorsqu'il s'efface, demeure à jamais la vie qu'il a donnée comme s'il rayonnait encore.

E qui casca l'asino

Gli errori di ragionamento, detti tecnicamente «fallacie», possono essere dovuti a un'errata definizione dei concetti e del punto di partenza del discorso, o a un'incapacità di portare buone ragioni a favore della tesi che si vorrebbe difendere. Eppure agli occhi di un lettore distratto o alle orecchie di un uditore poco accorto questi ragionamenti potrebbero risultare efficaci, perché se la fallacia passa inosservata, come un refuso di cui non ci si accorge, allora l'argomento dà l'impressione di sostenere la tesi. Proprio in questo senso «casca l'asino», se il lettore non avvertito imbocca a occhi chiusi un sentiero accidentato, seguendolo senza alzare la testa o senza interrogarsi su che cosa non va.


Quando [..] un'economia ricca come gli Stati Uniti declina, i tassi di suicidio aumentano; e più la contrazione è lunga più il tasso cresce. L'economista comportamentale Christopher Ruhm ha scoperto che per ogni aumento dell'1 per cento del tasso di disoccupazione di uno Stato il numero di suicidi sale dell'1,3 per cento. [Ruhm, Are Recessions Good for Your Health?, National Bureau of Economic Research, marzo 2006] [..] Il crollo del mercato azionario del 1929 provocò un aumento [di suicidi]. Nel 1929 ci furono 15, suicidi ogni centomila abitanti; nel 1930, 17; nel 1932, 18,6 [Leonardo Tondo - Ross J. Baldessarini, Suicides: Causes and Clinical Management, Medscape Medical News link cme.medscape.com/wiewarticle/413195_2]


Sostenibilità economica della diseguaglianza

La diseguaglianza è economicamente sostenibile? Quanto costa in termini economici l'aumento della diseguaglianza?

Gli antimoderni

Il 29 aprile 1859, in una lettera a Auguste Poulet-Malassis, Baudelaire dice di aver riletto da poco, pour remettre [s]on cerveau à l'endroit Bossuet, Montesquieu e Chateaubriand (Les Natchez): Je deviens tellement l'ennemi de mon siècle que tout, sans en excepter une ligne, m'a paru sublime

Il 25 agosto 1979, Roland Barthes annota la sequenza delle letture fatte la sera precedente, prima di addormentarsi. Con un fastidioso senso di obbligo, ha affrontato due romanzi recentissimi, per poi tornare con sollievo al vrai livre ovvero i Mémoires d'outre-tombe: Toujours cette pensée: et si les Modernes se trompaient? S'ils n'avaient pas de talent? [2]

La lampante analogia dei due episodi esemplifica l'antimodernismo di due innovatori, colpiti da un senso di disagio se non di disgusto per il presente. Autori abitualmente associati al nuovo e, in senso lato, alle avanguardie, rivelano un lato passatista o addirittura classicista. Ma se li consideriamo dalla prospettiva opposta, questi dati possono evidenziare la modemità del fondatore e modello dell'antimodernismo degli ultimi due secoli [3]

Mi fermo qui perché il mio interesse non è Chateaubriand, bensì l'antimodernismo o sarebbe meglio dire, in questi casi, l'anticonformismo.

Nessuno dubita del fatto che la politica esista ancora

Forse...

Nessuno dubita del fatto che la politica esista ancora. Ma, certo, la sua fisionomia è profondamente cambiata. Essa non attiene più — almeno in apparenza — al campo della decisione. Essa provvede a portare a compimento ciò che non si può fare a meno di fare. È molto difficile, oggi, trovare un politico — o un partito, o un movimento, o una forza — che perseguano l'obbiettivo che hanno deciso di perseguire. Piuttosto, quello che non si può evitare di fare — perché così vuole la legge, perché cosi vogliono i trattati, perché così suggerisce la scienza, o la globalizzazione o lo sviluppo economico ecc.

Paradossalmente — ma non troppo — questo non conduce alla fine del conflitto. Anzi, il conflitto è — almeno in apparenza — più aspro di prima. Non riguarda più, quasi mai, i fini da perseguire; bensì piuttosto i mezzi con cui perseguirli. E il cambiamento forse più eclatante riguarda l'individuazione di sé e dell'avversario (se non vogliamo dire "nemico"). Una volta c'erano distinzioni nette e chiare, o da una parte o dall'altra. Ora l'epoca dei muri è finita — e questo è un bene. Ma la conseguenza è uno stato di mobilitazione totale tipico delle epoche di transizione — quello che chiamiamo globalizzazione. Se non ci sono più muri, il mio avversario non è detto che stia dall'altra parte. E, del resto, dov'è l'altra parte? Non c'è più linea di fronte. Il nemico può darsi che mi stia accanto, o addirittura alle spalle. Non è un alieno, ma è massimamente simile a me. Vien fatto di pensare a ciò che storia sacra e storia profana insegnano; a come il "conflitto" viene simbolicamente immaginato attraverso i fratricidi con cui iniziano sia l'una sia l'altra.

Se da una parte la politica sembra attuarsi attraverso il diritto, dall'altra il diritto pare realizzarsi sostituendosi alla politica. I poteri "neutri" si politicizzano (ma non solo i magistrati, bensì tutte le forme di potere che dovrebbero avere a che fare con la terzietà); mentre la politica si neutralizza.

È qui che si colloca anche il piano della giustizia politica. Quella di cui molto per tempo — a partire almeno dalla metà degli anni cinquanta — parlava Otto Kirchheimer: "La burocratizzazione crescente della società moderna, che è inarrestabile, contiene il rischio, per ognuno, di entrare in conflitto con la legge, rischio aumentato a dismisura, se si tiene conto del fatto che le autorità che conducono l'inquisizione penale si sottraggono al tempo e alla fatica di verificare anche fatti penalmente rilevanti di modesta entità". In molti Paesi ha preso piede da ciò l'abitudine di concedere, di quando in quando, amnistie: il che è bensì "la più percorribile via d'uscita da una situazione che ha fatto dell'assunzione della colpa di ognuno quasi una realtà sociale". "Questa crescita dell'ambito in cui sono possibili inquisizioni penali rappresenta una delle cause più importanti che conducono le autorità che conducono l'inquisizione penale nella zona a rischio della giustizia politica".

Perché la disuguaglianza sociale persiste?

Perché la battaglia della Gran Bretagna alla disuguaglianza sociale è fallita? Il libro di Danny Dorling spiega i motivi per i quali la diseguaglianza sociale è ritornata ad essere quella della società vittoriana.

Dorling, a professor of human geography at Sheffield University, and an expert on health and social inequalities, is best known for deftly taking apart seemingly impenetrable statistics and using them to shine a light on some of the starkest wealth and health disparities around the UK and globally. The fact that much of his work has charted the widening gap in social inequality under New Labour has inadvertently made him a recurring thorn in the side of government. But he insists that his latest book, published today, "is just as much an indictment of the Conservatives. It's quite hard to tell the difference between New Labour and Thatcher, so my book is an indictment of the two main political parties." His previous work – such as Poverty, Wealth and Place in Britain, 1968 to 2005 – explained why the geographical distribution of wealth is vital to understanding social inequalities, and outlined the patterns that have emerged while Labour has been in power. However, his latest publication sees Dorling come off the academic fence – with incendiary results.

Bibliografia

Danny (Daniel) Dorling
- Injustice. Why Social Inequality Still Persists, Policy Press, Bristol, 2010 [Policy Press, Bristol, 20152]
- All in the mind? Why social inequalities persist, Final draft of manuscript of paper published; Public Policy Research, IPPR, December 2009-February 2010, Volume 16, Issue 4, pp. 226-231; poi in Social and Spatial Inequalities; URL

Inutilità della politica

Prendo spunto da un articolo di Stefano Sansonetti per fare alcune considerazioni. Se un ente deve costruire una casa dovrà affidarsi ad un'impresa, così pure se deve progettarla, ma c'è un ambito nel quale l'ente non può affidarsi ad altri se non venendo meno alla propria missione. Cosa dire quando oggetto delle consulenze sono competenze che dovrebbero statutariamente far parte dei compiti degli enti publici?

Il potere della multinazionale della consulenza Kpmg, in Italia, non sembra proprio conoscere sosta. Si prenda l’ultimo affare messo a segno in ordine di tempo. Nei giorni scorsi la società si è aggiudicata un superappalto del Tesoro per il servizio di consulenza a beneficio delle regioni alle prese con i piani di rientro dal deficit sanitario. Un vicenda in cui ballano miliardi di euro di buchi di bilancio in cui rischiano di sprofondare sette regioni: Abruzzo, Calabria, Campania, Lazio, Molise, Piemonte e Sicilia. Il valore stimato della consulenza, assegnata a ridosso di Natale proprio alla Kpmg (in compagnia di PricewaterhouseCoopers ed Ernst&Young), è di 38 milioni di euro (pagati dalle regioni). E non è la prima volta.

La Consip, società del Tesoro che ha curato la procedura, già nell’ottobre del 2011 aveva assegnato lo stesso servizio sempre a Kpmg. Si tratta di un bis, quindi, che fa capire come ormai in Italia la questione dei debiti sanitari passi non solo dalle mani delle regioni, ma anche (e forse soprattutto) da quelle della multinazionale della consulenza.[..] Sono in tanti ad affidarsi alla multinazionale guidata in Italia da Franco Masera [..] Per esempio c’è la Cassa Depositi e Prestiti, controllata dal Tesoro, che nei mesi scorsi ha versato alla società 4,5 milioni di euro per servizi come “indagini di natura patrimoniale e finanziaria”, “redazione di perizie” e “supporto nelle valutazioni richieste dai principi contabili internazionali”. Di più, perché la Kpmg ha di fatto dedicato un suo uomo, Alessandro Carpinella, alle attività della strategica Cassa.

E che dire dell’Inps? Da un documento di Kpmg pubblicato nel 2011 si apprende per esempio che il gruppo ha sviluppato per l’ente previdenziale “un supporto nella gestione e controllo dei fondi per il welfare”. Senza contare che la multinazionale nel marzo scorso si è aggiudicata un lotto di un superbando Inps (che complessivamente valeva 170 milioni di euro) per un servizio di manutenzione del software applicativo dell’ente presieduto da Antonio Mastrapasqua.

La verità non si può né dire né mostrare
ma si può raccontare

Il senso di questo libro [Il computer di Ockham], come de Il computer di Platone, è la semplice consapevolezza che non c'è nessuna seria ragione per pensare che un linguaggio, qualsiasi linguaggio, debba o possa rappresentare naturalisticamente la realtà: sono due mondi così eterogenei che è impensabile la seppur minima possibilità di un isomorfismo tra di loro. Nessuna armonia prestabilita fonda la nostra idea di rappresentazione della realtà tramite stringhe di segni (parole, formule, equazioni, programmi, ecc). Il linguaggio appartiene alla nostra prassi sociale, ci serve per vivere nel mondo, anche per farlo, ma non lo riflette, e la rappresentazione, per la quale la parola 'casa' sta per la "casa", rimane solo una forzatura di quel ruolo programmatico.

Come uscire da questa impasse?

La verità si può raccontare. [..] Le cose radicalmente importanti non si dicono, si raccontano.

I testimoni convocati per giustificare questa affermazione, da Socrate ai Vangeli, da Descartes a Croce sono certamente autorevoli, ma il problema è che si finisce per dare come dimostrata l'esistenza, molto improbabile, della storia così come ce la rappresentiamo.

il racconto, almeno per me, si articola facendosi storia.

la matematica non è per nulla una sorta di 'strumento' linguistico della scienza, ma è il pozzo in cui la conoscenza guarda verso l'abisso da cui è nata e dal quale si sente guardata, e nel quale trova la sua più segreta ragion d'essere. [..] i concetti e i giudizi matematici costituiscono quel frammento del linguaggio naturale che tratta dei caratteri olistici della connessione linguaggio-realtà.

La narrazione ha poco a che vedere con la verità e anche con la realtà, supposto che la realtà sia diversa dalla verità. Ogni narrazione crea la sua verità.

Nemo dat, quod non habet

Nessuno dà ciò che non ha

Jacques Gaffarel, nato a Mannes, in Provenza, si formò all'Università di Valence. Presto manifestò la sua predilezione per le opere rabbiniche, ma soprattutto per testi di occultismo.

Delle 26 Positiones di cui si compone il Nihil, fere Nihil, minus Nihilo ne ho scelto una:

Che chi non possiede Nulla non possa dare alcunché, lo predica quel tante volte ripetuto assioma: Nessuno dà ciò che non ha. Ma non esiteremo a confutarlo fieramente come cosa del tutto falsa. Chi infatti dice che Dio non possa annichilare tutti gli Enti? E tuttavia, Egli, parlando propriamente e in modo veridico, è nulla, ma anche tutto in modo eminente. Nel caso che un sofista pedante obietti che annichilire non equivale a dare l'Essere, si ribatte che Dio è almeno la causa per cui qualcosa venga ridotto in nulla. [p. 163]

Bibliografia

Iacobus Gaffarellus [Jacques Gaffarel]
- Nihil, fere Nihil, minus Nihilo: seu De Ente, non Ente, et Medio inter Ens, et non Ens, Venetiis, 1634, ex Typographia Ducali Pinelliana
- Nulla, quasi Nulla, meno di Nulla: ossia ventisei posizioni sull'Ente, il non-Ente, e sul grado Medio tra Ente e non-Ente, in Carlo Ossola (ed.), Le antiche memorie del nulla, Edizioni di storia e letteratura, Roma, 20073
Saverio Campanini
- Eine späte Apologie der Kabbala. Die Abdita divinae Cabalae Mysteria des Jacques Gaffarel, dans T. Frank – U. Kocher – U. Tarnow (Hrsgg.), Topik und Tradition. Prozesse der Neuordnung von Wissensüberlieferungen des 13. bis 17. Jahrhunderts, Göttingen 2007, pp. 325-351.
Jérôme Laurent et Claude Romano (ed.)
- Le Néant. Contribution à l'histoire du non-être dans la philosophie occidentale, Presses Universitaires de France, Paris, 2006
François Secret
- Les Kabbalistes chrétiens de la Renaissance, Paris, Dunod, 1963; nouvelle éd. Milan-Neuilly-sur-Seine, Archè-Arma Artis, 1985

Gli oggetti che non sono quel che sono

Frege et Meinong, de deux façons profondément différente, développent une ontologie de l'objet, syntaxique et formelle pour Frege, sémantique et descriptive pour Meinong

Le problème de la prédication sur du non-existant au du non-étant remonte au Sophiste de Platon; au moyen âge, Scot É dans le livre III du Periphyseon classe le différent types de non-être, Nicolas de Cues caractérise modalement le néant comme du posse fieri, une possibilité passive.

[..] Meinong a défini une classe d'objets [..] qu'ils sont ce qu'ils ne sont pas

[..] La position meinongienne est que des objets possibles sont des objets

Completezza vs Perfezione

Kant mostra con grande acume concettuale che l'errore dell'argomento ontologico non si trova nell'idea di Dio [..] ma nel presupposto che ritiene l'esistenza una perfezione [..] Per evidenziare l'errore Kant distingue diversi significati in cui si assume il termine è. Mentre la teologia naturale, dando prova di grande ingenuità, non riflette sul significato di questo termine nella proposizione Dio è, Kant nota che esso, se inteso come esiste, costituisce, sì, un predicato grammaticale (logico), ma non un predicato reale.

Secondo una leggenda - che si tramanda in maniera quasi ostinata * - Kant avrebbe affermato che essere, nel senso di esistere, non è un predicato. Contro questa presunta tesi kantiana Hintikka ha obiettato che esistere è davvero un predicato, il quale però ha la particolarità di essere ridondante in rapporto a tutti gli scopi descrittivi [..]

Per una esposizione più dettagliata delle obiezioni di Hintikka si veda il paper di Marco Lagna.

Ma sembra che il problema non sia ancora risolto.

La prova dell'esistenza di Dio o è impossibile o è necessaria. Quindi, avendo dimostrato che l'esistenza di Dio è possibile e che l'esistenza di Dio o è impossibile o è necessaria, si può dedurre che l'esistenza di Dio è necessaria. Naturalmente, per congiungere le due prove (la prima che dimostra l'esistenza di Dio è possibile, e la seconda, che dimostra che Dio, se è possibile, allora esiste) bisogna assumere che Dio come ente cui appartiene ogni perfezione e Dio come essere necessario siano esattamente la stessa entità.

La dimostrazione della possibilità di Dio come sistema compatibile di tutte le perfezioni sarà alla base della prova ontologica di Gödel

Qualora fondassimo la prova dell'esistenza di Dio sull'idea di perfezione andremmo incontro ad un paradosso.

La completezza non è una qualità della perfezione e non è compresa dalla perfezione poiché la perfezione esclude l'imperfezione mentre la completezza la include così come include la perfezione stessa.

La perfezione esclude la completezza. La completezza è di ordine superiore alla perfezione. Esempi di completezza sono l'intelletto aristotelico, la sostanza spinoziana e l'assoluto hegeliano.

L'incompletezza non è esclusa dalla completezza, ma ne è compresa nella definzione. Ciò che è incompleto è una parte di ciò che è completo. Ciò che è completo è composto da molti incompleti. Mentre ciò che è imperfetto non è parte di ciò che è perfetto. La perfezione non si compone di tante imperfezioni, ma ne è la negazione, mentre la completezza non è la negazione dell'incompletezza. La completezza non ha un negativo fuori di sé.

La prova di esistenza della perfezione implica nel suo concetto l'esistenza dell'imperfezione.

Il punto di partenza della prova è l'assunzione di qualità positiva (F*) [..] Il significato di positivo che Gödel richiede per la sua prova è quello, informale, del senso comune. Nel sistema, quindi, positivo non viene definito ed è assunto come predicato primitivo. Si tratta dell'unico termine primitivo richiesto dalla prova, dato che la stessa nozione di Dio (o meglio di divino) verrà introdotta per definizione.

Definizione di Dio

Un individuo è divino, cioè e Dio, se e solo se possiede tutte le proprietà positive. In simboli:

D(x) ≡ ∀φ (F*φ → φx)

Tale definizione rende l'idea comunemente accettata di Dio

Naturalmente sono solo giochi di parole...

Quello che è buono per Wall Street

Quando ero membro del Consiglio dei consulenti economici di Bill Clinton caldeggiai l'introduzione di titoli indicizzati all'inflazione. Chi risparmia in vista della pensione, fra trenta o quarant'anni, oggi si preoccupa giustamente dell'inflazione. Al momento l'inflazione è bassa, ma ci sono stati periodi di inflazione elevata, e molti pensano che aumenterà di nuovo. Le persone vogliono assicurarsi contro questo rischio, ma il mercato non fornisce strumenti adeguati. Il Consiglio propose al governo di vendere titoli indicizzati all'inflazione che avrebbero costituito una forma di assicurazione a lungo termine contro questo fenomeno. [..] Alcuni addetti ai lavori di Wall Street si opposero a questa iniziativa perché pensavano che chi acquistava questi titoli indicizzati li avrebbe tenuti fino alla pensione. A mio avviso questa era una cosa buona: perché sprecare denaro nei costi di transazione legati alla compravendita di titoli? Ma questo non andava bene a Wall Street, preoccupata di massimizzare le proprie entrate, cosa che facevano le società puntando proprio sui costi di transazione.

Tracce

Il termine eudaimonia designa nella filosofia antica, la felicità data dalla piena soddisfazione, non la felicità data dalla sensazione.

La scuola cirenaica, fondata da Aristippo, costituisce l'eccezione a quella regola, secondo cui l'insieme delle scuole filosofiche dell'antichità - con tutte le differenze di dettaglio - ha attribuito all'eudaimonia il rango di più alto fine esistenziale. I cirenaici assumono una posizione che si avvicina molto all'atteggiamento moderno, che predilige la felicità data dai sensi, piuttosto che la felicità dovuta alla piena soddisfazione. Essi sostengono che la discussione sulla felicità come scopo generale della vita umana sia destinata al fallimento; sarebbe invece molto più auspicabile raggiungere, nell'attimo presente, il massimo piacere possibile. A differenza dei moderni, però, i cirenaici non fanno coincidere il piacere colto nell'istante con la felicità stessa. Anzi, contestano il ruolo centrale della felicità e la svalutano, considerandola un bene derivato. Diogene Laerzio: i cirenaici ritengono che il fine supremo sia diverso dalla felicità. Il fine, infatti, è il piacere particolare, la felicità è la somma dei piaceri particolari, in cui sono computati anche i passati e i futuri. Il piacere particolare è per se stesso desiderabile; la felicità non per se stessa, ma per i piaceri particolari

[87] Il piacere non differisce dal piacere né v'è un piacere più dolce di un altro; tutti gli esseri animati aspirano al piacere, rifuggono dal dolore. Tuttavia il piacere è quello fisico, che è anche fine supremo, come afferma anche Panezio 238* nell'opera Delle scuole filosofiche, non il piacere stabile che segue all'eliminazione dei dolori o l'assenza di turbamento, che Epicuro accetta affermando che sia il fine supremo. 239* Essi ritengono che il fine supremo sia diverso dalla felicità. Il fine, infatti, è il piacere particolare, la felicità è la somma dei piaceri particolari, in cui sono computati anche i passati e i futuri.

Foucault riconduce la perdita dell'idea antica di cura di sé al cristianesimo nel suo complesso e alla società disciplinare da esso prodotta. Sarebbe stato Descartes, in filosofia, ad aprire la strada alla sottomissione dell'individuo. Descartes avrebbe portato a compimento, in maniera esemplare, la trasformazione dell'individuo, verso il quale si rivolgeva la cura di sé, in un puro e semplice soggetto epistemico. Con ciò Descartes avrebbe raggiunto niente meno che il risultato di rimpiazzare un soggetto etico, che si era costruito attraverso le pratiche di sé, con un soggetto inteso come fondatore di pratiche conoscitive ※ La tesi di Foucault è senza dubbio degna di considerazione: si può mostrare come Descartes sia stato il primo filosofo a concepire l'idea di mettere in dubbio, in linea di principio, l'esistenza dei corpi materiali (incluso quello che è correlato all'io pensante) e l'esistenza di ciò che è extrapsichico ※

i limiti della soggettività propria delle concezioni moderne di felicità sono facilmente rilevabili attraverso un noto esperimento mentale. Supponiamo che si possano provocare in una persona stati soggettivi di felicità collegandola a una macchina che produce piacere. Supponiamo poi che lo stato di felicità così raggiunto perduri per tutta la vita con la stessa intensità senza diventare noioso. Ora, posti di fronte alla scelta se abbandonare la vita così come si è svolta fino allora oppure continuarla, molto probabilmente pochi deciderebbero di optare per quel precedente tipo di esistenza. A quanto pare, sembra di gran lunga preferibile un modo di vivere consapevole ...

MP